Il Governo tenta di anticipare la riforma del Tfr

Le parole del Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, mercoledì scorso hanno chiuso la stagione dei rinvii nel panorama previdenziale italiano, caratterizzato da confronti e attese per adeguamenti normativi che si trascinano per decenni. Alcuni segnali erano già nell’aria: con le richieste di alcuni rappresentanti della Cisl di far partire la riforma già nel 2007. Lo sprone di Draghi a stringere i tempi di attuazione della riforma varata a fine 2005 dal governo Berlusconi, è stata letta da molti come una conferma dell’opportunità di far partire - forse - già entro la fine dell’anno in corso la fase del silenzio/assenso, o "tacito consenso". Questo almeno l’orientamento dell’Esecutivo: una mossa che nelle intenzioni dell’ex presidente della Commissione Europea Prodi e dell’ex membro del board della Bce Padoa-Schioppa, serve a mostrare a Bruxelles la buona volontà di metter mano ai conti pubblici anche con decisioni che rischiano l’impopolarità.
Sì, perché l’anticipo della riforma del Tfr, che punta a fornire soprattutto alle generazioni più giovani uno strumento adeguato a gestire la crescente scopertura tra ultimo stipendio e primo assegno pensionistico, si accompagna alla revisione dei coefficienti di trasformazione: decisione rinviata per anni e presa dal ministero del Welfare, durante il trasloco. La causa è l’allungamento delle aspettative di vita: da qui al 2030 aumenterà di 5,2 anni per gli uomini e di 5,6 per le donne. Il che si traduce, per chi smetterà di lavorare dopo l’adeguamento dei coefficienti, una pensione più bassa del 5/6%. E per frenare il forte flusso di fuoriuscite dal mondo del lavoro che si registra da mesi, non si esclude la possibilità di bloccare alcune finestre.
Sempre che sia d’accordo il ministro del Lavoro, Cesare Damiano: titolare de facto della materia (ma ancora privo di deleghe per operare, finite incidentalmente a Paolo Ferrero, ministro della Solidarietà Sociale), freddo sull’anticipo, fautore di un ritorno alla Dini e favorevole a correzioni della Maroni: a partire dal cosiddetto "scalone", ossia l’aumento dell’età pensionistica (caldeggiata dallo stesso Draghi) che la porterà da 57 a 60 anni dal 2008. Obiettivo: gradualità, grazie magari alla reintroduzione della "quota 95" (o 96), somma tra età anagrafica e professionale.
Un sistema che di fatto favorisce gli over 50, più vicini all’età media dell’elettorato. Tra gli altri nodi da sciogliere, il contributo datoriale destinato solo alle forme collettive (fondi negoziali) e non a quelle individuali (in particolare Pip o polizze previdenziali: con le compagnie che parlano di rischi di incostituzionalità della legge e i sindacati che non intendono cedere di un passo davanti ad un governo che considerano amico. Modifiche ed emendamenti che potrebbero imporre ulteriori aggiustamenti nelle direttive che la Covip ha già emanato, che hanno raccolto le critiche degli stessi fondi pensione. E mentre c’è chi sprona a far presto, c’è chi vuole altro tempo: i rappresentanti di Cgil, Cisl, Uil e Ugl hanno chiesto di posticipare l’entrata in vigore delle direttive Covip, prevista per il 13 giugno.

Pensione: quanto integrare, quanto incassare

Per molti lavoratori la pensione è ancora un traguardo lontano e sanno che l’assegno che riceveranno dallo Stato alla fine dell’attività sarà un bel po’ inferiore (alcune stime dicono il 60%, per chi andrà in pensione dopo 35 anni di lavoro) rispetto all’ultimo stipendio percepito.
Pochi (secondo i punti di vista, si potrebbe obiettare), però, hanno iniziato ad aderire alla previdenza complementare, detto anche il "secondo pilastro" cui hanno aderito fino ad adesso circa 3 milioni di lavoratori (a fronte di un bacino potenziale di circa 22 milioni) e che potrebbe appunto integrare in modo congruo l’assegno del "primo pilastro" assicurato dallo Stato.
Le novità che saranno introdotte dall’entrata in vigore del "decreto Maroni" nel 2008 (tra cui anche il silenzio-assenso per il conferimento del Tfr ai fondi pensione) cambierà alcuni aspetti dell’attuale previdenza complementare. Di certo, però, non cambierà questa certezza: per i giovani in attività "perdere" tempo nel versare altri contributi al secondo pilastro fa soltanto diminuire l’assegno che spetterà una volta andati in quiescenza. Secondo stime recenti, infatti, un trentacinquenne che aderisce alla previdenza complementare al compimento del trentaseisimo anno vedrà decurtato l’assegno "integrativo" di oltre il 4%. Percentuale che salirà gradualmente anno dopo anno fino ad arrivare a quasi il 40% di decurtazione se l’adesione avverrà a 45 anni. Quindi, visto che già a partire dal 1999 vari settori produttivi si sono dotati di fondi previdenza complementare il consiglio è quello di aderirvi prima possibile.
Una breve distinzione tra fondi "chiusi" e quelli "aperti": i primi (detti anche negoziali che generalmente hanno i minori costi di gestione) sono istituiti dalle aziende, da categorie di lavoratori o dal contratto collettivo di riferimento. La gestione dei contributi viene affidata a Società di gestione del risparmio (Sgr), assicurazioni, banche e Società di intermediazione mobiliare (Sim). I fondi aperti, invece, sono istituiti e gestiti direttamente da banche, Sgr, Sim e assicurazioni (quest’ultime forniscono anche le polizze sulla vita con finalità pensionistica).
Alcune cifre in sintesi. Il versamento dei contributi a un fondo chiuso è articolato su tre quote: contributo del datore (fissato dalla contrattazione collettiva a circa l’1%); contributo del lavoratore (generalmente pari all’1%); una quota del Tfr (del 2% di quanto maturato in un anno e che sarà del 100% dal 2008 per chi non manifesterà il dissenso previsto dalla riforma).