Imparare democrazia di Gustavo Zagrebelsky - Einaudi (Anno 2007) - Pagine 182 - Prezzo 11,50 euro

Di origine russa, Gustavo Zagrebelsky è stato nominato giudice costituzionale dal presidente della Repubblica Scalfaro il 9 settembre 1995. Il 28 gennaio 2004 è stato eletto Presidente della Corte Costituzionale, carica che ha ricoperto fino allo scadere del suo mandato il 13 settembre 2004. È attualmente docente di giustizia costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza di Torino e docente a contratto presso l'Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli nonchè socio Costituzionalista dell'Associazione Italiana dei Costituzionalisti.
Collabora con alcuni dei più importanti quotidiani italiani (La Repubblica, La Stampa), ed è socio corrispondente dell'Accademia nazionale dei Lincei. Nel suo articolato pensiero giuridico è rintracciabile una visione, se non una speranza, dualistica del diritto diviso in lex e ius, concetti riconducibili ai lati formale e sostanziale del diritto. Zagrebelsky afferma l'importanza della duplicità degli aspetti del diritto evidenziando il pericolo derivante dall'acriticità di un diritto solo formale o solo sostanziale. Una visione dualistica che nello Stato attuale si è persa a favore di un nichilismo giuridico.
Gli si deve inoltre una pluriennale opera di riflessione e di riproposizione di alcuni autori classici del pensiero giuridico novecentesco, come Piero Calamandrei, Costantino Mortati e Rudolf Smend.
Negli ultimi anni è ripetutamente intervenuto nel dibattito pubblico italiano avversando le posizioni politiche e culturali dei cosiddetti atei devoti, e in particolare sulla laicità dello Stato e lo spirito concordatario: molti di questi saggi sono raccolti nel volume Contro l'etica della verità.
È presidente onorario dell'associazione Libertà e Giustizia, e presidente della Biennale Democrazia.
Ha curato la riedizione di Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana (8 settembre 1943 - 25 aprile 1945), pubblicato presso Einaudi nel 2002 con una sua nota introduttiva.

Il saggio di Zagrebelsky, “Imparare democrazia”, riassume in sé le virtù, l’essenza e al contempo le critiche di quel sistema di convivenza e partecipazione rappresentato dalla democrazia. Un saggio illuminante che ha la capacità di descrivere una realtà “senza tempo” o di tutti i tempi; un viaggio che parte dalle riflessioni di Zagrebelsky e ci conduce in appendice alla lettura dei brani di Aristofane, Erodoto, Cicerone, Montesquieu, Bobbio, etc sulla storia e l’evoluzione dei principi della democrazia.

La democrazia raccontata da Zagrebelsky è una realtà intrinsecamente imperfetta fatta di equilibri precari che hanno bisogno di essere alimentati dai valori individuali.
Una modalità di essere che non ha dogmi, che fa del relativismo la sua linfa vitale, che vive dei valori delle persone che la abitano e che soltanto attraverso questo può garantire la libertà di espressione e l’esercizio stesso della democrazia.
Così scrive Zagrebelsky: “(…) Rallegriamoci dunque se la democrazia come insieme è relativistica e non sposa fini e valori assoluti. Solo così la società può esprimere liberamente e responsabilmente i propri. In questo sta non il difetto ma l’orgoglio dell’Occidente democratico. Chi se ne duole e ritiene che, invece di rappresentare valori diffusi e plurimi, la democrazia come tale debba avere la sua verità indiscutibile, all’occorrenza da imporre ai dissenzienti anche con la forza o con mezzi fraudolenti, contraddice la democrazia stessa. Non si può volere la democrazia e al contempo irretirla in dogmi (…)”.

Nel suo saggio l’autore prova a fare un decalogo di quella che dovrebbe essere l’etica democratica: l’adesione a principi e valori, contro il nichilismo, tra i peggiori nemici della democrazia; la cura della personalità individuale, contro le mode, l’omologazione, il conformismo e la massificazione; lo spirito del dialogo, alla base dell’esercizio democratico contro la tentazione della sopraffazione; il senso dell’uguaglianza e il fastidio per il privilegio e la ricerca dell’interesse personale; la curiosità e l’apertura verso la diversità, contro la fossilizzazione e la banalità, e contro la tendenza a guardare ogni cosa soltanto dal proprio punto di vista; la diffidenza verso le decisioni irrimediabili che non consentono di ritornarci criticamente su; l’atteggiamento sperimentale, contro le astrazione dogmatiche, veleno per la democrazia; il senso dell’essere maggioranza e minoranza, dei compiti e delle responsabilità corrispettivi; l’atteggiamento di fiducia reciproca, che non vede in ogni cosa complotti e in ogni avversario un capro espiatorio; e per concludere, la cura delle parole.

Perché “Imparare democrazia”? Perché, secondo l’autore, il fine ultimo non è quello di sapere cosa è la democrazia, ma quello di essere democratici, la capacità di “assumere nella propria condotta la democrazia come ideale, come virtù da onorare e tradurre in pratica”. Una pratica che, secondo l’autore, deve svilupparsi a partire dalle istituzioni scolastiche oggi carenti sotto questo aspetto, poiché improntate all’astrattezza dell’apprendimento che “genera distacco e disillusione verso il mondo, produce rinuncia e disprezzo e invita all’individualismo chiuso in se stesso”.
Di qui le critiche alla democrazia, che nella realtà della sua imperfezione si plasma dei valori e delle espressioni di chi la promuove e che non sempre riesce a combattere i poteri oligarchici (e quindi l’esercizio della democrazia ad opera di gruppi di interesse, il consociativismo ed il neo corporativismo), generando sfiducia nelle sue forze, apatia politica ed indifferenza.

Ma Zagrebelsky fa notare come il problema della sfiducia e dell’apatia che spesso anima i cittadini, quel dare le colpe di “promesse non mantenute” non è nella democrazia in sé ma nella azioni di ognuno di noi, nella sfiducia che noi abbiamo in noi stessi e nella nostra indifferenza. Per questo Bobbio, in appendice, sostiene che “soltanto educando alla cittadinanza si può auspicare una partecipazione dei molti al voto e la comprensione del rapporto tra eventi lontani ed interessi personali”. Ed è nella partecipazione che sta il principio fondante di questo sistema, poiché è nella partecipazione che si ricerca il bene comune come espressione delle singole individualità.