IL NUOVO MERCATO DEL LAVORO TRA SVILUPPO ECONOMICO E FLESSIBILITA’ PREVIDENZIALE

1. La trasformazione del mercato del lavoro verso una struttura dotata di maggiore flessibilità.

La flessibilità del mercato del lavoro è oggi al centro del dibattito politico e giuslavoristico e non solo in Italia. Le cronache francesi delle ultime settimane, ad esempio, riferiscono di atenei e scuole occupate, manifestazioni di piazza e dimostrazioni studentesche che non si vedevano dal 1968. La causa? L’introduzione da parte del governo francese di un nuovo contratto di lavoro flessibile, che prevede la possibilità di rescissione in qualsiasi momento, nei primi due anni, per i giovani lavoratori sotto i ventisei anni.

Ma il suddetto “contratto di primo impiego” (poi, peraltro, sostanzialmente “ritirato”) è soltanto l’ultimo degli strumenti di flessibilità introdotti in Francia, paese al pari del nostro, storicamente caratterizzato da un mercato del lavoro “rigido” che, in qualche modo, è stato negli ultimi (dieci) anni interessato da un vento di riforma che ha spinto con decisione in direzione, appunto, della flessibilità.

Liberalizzazione dei contratti a termine, ampia previsione di schemi contrattuali alternativi al rapporto di lavoro subordinato, con status incerto tra autonomia e dipendenza, hanno di fatto portato nei due paesi un vero e proprio sconvolgimento del mercato del lavoro, forse anche al di là delle iniziali previsioni e della stessa volontà politico-legislativa.

L’Italia, non diversamente dalla Francia, ha un’architettura del mercato del lavoro centrata sul classico schema del rapporto di lavoro a tempo indeterminato e di tipo dipendente. Si tratta di una struttura caratterizzata da notevole rigidità, anche considerata la difficoltà (soprattutto per le imprese di maggiori dimensioni) di licenziare i lavoratori assunti a tempo indeterminato. Appare ormai evidente la crisi di siffatto modello. Tuttavia, la legislazione italiana, come del resto quella francese, non ha smantellato tale struttura, ma ad essa ne ha affiancato un’altra, appunto fondata su un ampio ventaglio di tipologie contrattuali flessibili. Con la conseguenza che mentre il primo mercato è destinato a contrarsi sempre più, quello nuovo e flessibile cresce e continua a crescere. La quota di lavoratori flessibili è, infatti, cresciuta in modo costante, tanto che oggi, secondo i dati ufficiali, già quasi il 13% dei lavoratori è assunto con contratto a termine. Gli osservatori più attenti fanno, peraltro, notare come il dato reale è ben più consistente, atteso che una parte dei lavoratori co.co.pro. e del c.d. “popolo delle partite i.v.a.” dovrebbe in effetti essere incluso tra i lavoratori dipendenti.

Ma se la quota dei contratti a tempo permanente è in continua discesa, ancora più allarmante è il dato relativo ai giovani assunti nel 2005: il 49,8 % dei giovani lavoratori è stato assunto con un contratto a termine (dati Banca d’Italia). Si aggiunga, poi, anche il basso tasso di conversione dei contratti a termine in contratti a tempo indeterminato.

La legge n. 30 del 2003 porta con sé una svalutazione dei modelli esclusivi e tradizionali di riferimento dell’ordinamento giuslavoristico, a fronte della promozione, diffusione ed incentivazione di tipologie di impiego della manodopera in senso sempre più flessibile. L’attuale configurazione del mercato del lavoro lascia, quindi, intravedere una progressiva attenuazione degli elementi della continuità e della esclusività del rapporto di lavoro. Ma ad avviso di chi scrive non è questo il problema: rimane, infatti, indiscutibile la necessità di una certa quota di flessibilità nel mercato del lavoro.

2. La flessibilità sostenibile.

Il problema non è, dunque, flessibilità si o flessibilità no, bensì la quota di flessibilità sostenibile. Sotto tale profilo, tuttavia, se non si può certo pensare alla struttura del mercato del lavoro di 40 anni fa, non è neppure, però, possibile accettare l’idea che l’unica strada sia quella della precarizzazione.

Una certa dose di flessibilità dà ossigeno al mercato, ma la stessa deve essere “controllata” e “guidata”; deve trattarsi di una flessibilità “giovanile”, iniziale, non può rappresentare una prospettiva di vita lavorativa. I nuovi strumenti di flessibilità introdotti nel nostro ordinamento appaiono, invece, più diretti a governare il presente e risultano privi di progettazione su un orizzonte di medio-lungo periodo.

In altre parole, la leva della flessibilità dovrebbe servire ad offrire ai giovani lavoratori un percorso, graduale e per tappe si, ma funzionale alla stabilità. La flessibilità deve, cioè, trasformarsi in uno strumento che serva a tracciare un sentiero per un ingresso duraturo nel mondo del lavoro a tempo indeterminato o quantomeno più stabile. Solo così si giustifica la flessibilità che intesa, invece, in modo fine a se stesso e come mera opzione per l’impresa, è il frutto di una visione politica miope e di una prospettiva senza respiro che conduce verso una progressiva e preoccupante precarizzazione del mercato del lavoro che, peraltro, mette anche a rischio valori fondamentali per la società e per l’individuo, quali quello della famiglia.

La precarietà permanente fa paura e produce incertezza e non solo dal punto di vista del singolo lavoratore interessato. Una maggiore quantità di lavoratori precari senza consistenti prospettive di stabilizzazione, corrisponde, sul piano economico, ad una minore capacità di spesa (consumi) e di risparmio (di cui gli investimenti privati sono funzione), con conseguente riduzione della domanda globale, che a sua volta si traduce in un arresto della crescita economica.

Ed allora occorre introdurre dei correttivi all’attuale configurazione del nostro mercato del lavoro, che abbiano come obiettivo un graduale inserimento per i giovani (o reinserimento per i meno giovani), di natura flessibile, verso un lavoro di tipo stabile, accompagnati da adeguate forme di protezione dell’impiego. Si potrebbe prevedere un periodo di inserimento (di due o tre anni) protetto da tutela obbligatoria contro il rischio di licenziamento oppure una qualche altra forma di indennità di licenziamento; si dovrebbe limitare la possibilità di ricorso al contratto a tempo determinato, sia in termini di durata dello stesso, sia in termini di percentuale sul numero complessivo di lavoratori occupati dall’azienda ovvero legare detta possibilità per l’impresa al tasso di conversione dei precedenti contratti a termine in contratti a tempo indeterminato.

3. La flessibilità previdenziale.

La flessibilità va poi e comunque accompagnata sotto il profilo previdenziale.

C’è oggi un problema previdenziale. Da un lato, meno occupati e più precari generano minori entrate contributive. Dall’altro, se la precarietà è duratura o addirittura per sempre, è a rischio la copertura contributiva utile per poter godere di un trattamento pensionistico.

Si è pensato un mercato del lavoro flessibile, a fronte di un sistema previdenziale e pensionistico che è e rimane rigido e sempre più ristretto, a causa dei noti problemi di finanza pubblica. E’ necessario, invece, che alla flessibilità del lavoro corrisponda una flessibilità previdenziale. L’utilizzo del fattore lavoro secondo moduli sempre più articolati comporta l’esigenza di un’adeguata tutela sociale dei lavoratori coinvolti negli accentuati «processi di segmentazione dei percorsi professionali», ponendo anche il connesso problema del frazionamento assicurativo-contributivo, in un mercato del lavoro ormai caratterizzato da una sempre maggiore mobilità. Vi è, dunque, l’esigenza di una risposta urgente dell’ordinamento in ordine agli effetti previdenziali dell’attuale fase congiunturale di flessibilizzazione del mercato del lavoro.

Si osservi che l’intervento previdenziale, pur rimanendo funzionale rispetto alle complessive politiche del lavoro, può assumere un ruolo primario, fondamentale, teso ad indirizzare le stesse predette politiche in forma incentivante o disincentivante.

Per inciso, peraltro, il sistema pensionistico necessita comunque di una revisione e non si potrà far finta di niente ancora a lungo. L’analisi del tessuto sociale con riferimento alla stratificazione delle età della vita, continua a segnalare una dilatazione della fase scolare a scapito di quella lavorativa che, a sua volta, tende a lasciare rapidamente il posto all’età della quiescenza che aumenta anche in relazione alle migliori aspettative di vita della popolazione italiana. Occorre, dunque, affrontare con decisione il problema del rapporto tra invecchiamento e fase dell’età lavorativa.

Si aggiunga, poi, che «l’attuale sistema contributivo che interessa un crescente numero di lavoratori, centrato sul meccanismo di rivalutazione dei contributi strettamente correlato alla dinamica di crescita del P.i.l. nominale, nell’attuale periodo di stallo economico, fa registrare una mancata crescita del montante contributivo, con la conseguenza che ne soffre la correlata entità delle prestazioni» (C.i.v. – Inps, rel. progr. per il 2007/09).

4. Flessibilità e sviluppo economico.

Tornando al tema della flessibilità, c’è poi un problema di tutele che non possono mancare quasi del tutto come, di fatto, accade oggi per il lavoro precario.

La dottrina ha ripetutamente segnalato l’esigenza di estendere la tutela previdenziale anche a fattispecie diverse da quelle inquadrabili nello schema della subordinazione, estensione che rappresenterebbe un indiscutibile fattore di progresso e di tutela generale.

Sia chiaro: ammortizzatori sociali e forme di tutela dei lavoratori flessibili vanno introdotte anche per le nuove tipologie contrattuali, ma possono essere immaginate soltanto nel breve-medio periodo, ossia come forma transitoria di protezione nella fase intermedia di approdo verso un’area lavorativa dotata di maggiore stabilità e di strumenti di tutela tipici del contratto permanente. Tuttavia, la soluzione del problema non può essere l’estensione degli ammortizzatori sociali, la cui rifondazione appare, peraltro, comunque necessaria.

Né può essere quella della riduzione (peraltro opportuna) del costo del lavoro di mezzo punto o di un punto, perché Cina ed Europa dell’Est producono a costi comunque notevolmente inferiori. L’unica prospettiva possibile è e rimane quella dello sviluppo.

In uno scenario caratterizzato dalla trasformazione del tessuto economico, dal declino dei grandi complessi industriali, dalla delocalizzazione verso i paesi emergenti, dall’affermazione di nuovi competitori sul mercato nazionale, dalla diffusione delle occupazioni precarie ed atipiche, da una modesta crescita dell’occupazione cui però di contrappone un altrettanto modesto tasso di sviluppo, appare necessario puntare su altre strade: qualità del prodotto, novità, originalità. L’industria manifatturiera non deve chiudere, ma deve ristrutturarsi sulla base di tali criteri. Occorre puntare sulla ricerca, sulla formazione e sull’innovazione. L’Italia deve riprendersi il suo ruolo di centralità nel mediterraneo, sfruttando l’occasione offerta da un sistema di portualità quasi naturale, adeguatamente accompagnato dalla riformulazione delle relative infrastrutture in termini di trasporto e di logistica. Si deve, poi, investire efficacemente nella politica del turismo, anche considerato che il nostro patrimonio paesaggistico, storico ed architettonico è tra i pochi beni non delocalizzabili.

5. L’esigenza di nuove risorse finanziarie per il lavoro e la previdenza.

Servono, quindi, le necessarie risorse, anche pubbliche. Dove reperirle?

Tra le proposte consegnateci dal recente dibattito elettorale, vi è, ad esempio, quella di riduzione del cuneo fiscale, che dovrebbe produrre un alleggerimento del costo del lavoro, permettendo da un lato, alle imprese d’investire nella specializzazione tecnologica e dall’altro, ai lavoratori di ricevere una busta paga più consistente, con conseguenti possibili benefici anche sul livello dei consumi, il cui aumento potrebbe favorire la produzione.

Ben venga siffatta riduzione, ma occorrono comunque ulteriori e più consistenti risorse che, ad avviso di chi scrive, non essendo immaginabile in una situazione quale quella italiana attuale un aumento della pressione fiscale, non possono che provenire dalla lotta all’evasione ed all’elusione. Le statistiche più accreditate indicano in circa il 25% la quota di economia che vive di sommerso e di evasione fiscale. Del resto, parlano da sole le cifre contenute nel rapporto annuale presentato il 30 marzo u.s. dal comandante generale della Guardia di finanza: nel 2005 la Guardia di finanza ha compiuto 98.400 verifiche e scoperto imponibili sottratti al fisco per 19,4 miliardi di euro e di Iva evasa pari a 4,7 miliardi. Il dato è ancor più significativo laddove lo si raffronti con quello del 2004, anno in cui le verifiche erano state 73.700, gli imponibili sottratti al fisco 10,5 miliardi e l'Iva evasa pari a 2,8 miliardi. Salutato positivamente il sensibile aumento delle attività di polizia tributaria, occorre riflettere sulla maggiore evasione scoperta, che dimostra come la stessa continui a rappresentare una fetta consistente dell’economia. In particolare, nel settore della lotta all'economia sommersa sono stati individuati 30.400 lavoratori irregolari, di cui 19.304 completamente in nero.

Numeri che non necessitano di particolari commenti e sollecitano la formulazione di un piano effettivo ed efficace di lotta all’evasione fiscale e contributiva. Peraltro, come già rilevato da autorevoli osservatori, l’introduzione di tipologie flessibili, ma pur sempre garantite da copertura assicurativa, richiede lo svolgimento di un’efficiente e diffusa opera di controllo da parte degli enti ed organi competenti. Ed ovviamente, detto complessivo piano non potrà prevedere soltanto maggiori strumenti in termini di mezzi e risorse umane, ma deve necessariamente e prima di tutto passare per una seria riforma del sistema fiscale che oggi presenta ampie zone d’ombra e consente, in certi casi, di eludere l’obbligazione contributiva con espedienti più o meno legali.