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Giorgio Napolitano è lundicesimo presidente della Repubblica italiana. È stato eletto alla quarta tornata di voto, come Einaudi nel 1948 e Gronchi nel 1955. Presenti 1000, su 1.009 aventi diritto, votanti 990, astenuti 10. Giorgio Napolitano ha ottenuto 543 voti, Bossi 42, D'Alema 10, 347 le schede bianche, 14 le nulle. |
Politico di lungo corso il senatore
a vita e attuale candidato alla presidenza della Repubblica, Giorgio Napolitano,
entrò per la prima volta in Parlamento, da deputato nel 1953, a ventotto
anni (è nato Napoli il 29 giugno 1925).
Nel 1945 Napolitano aderì al Partito comunista italiano e due anni dopo
si laureò in giurisprudenza all'Università di Napoli, con una
tesi in economia politica su «Il mancato sviluppo industriale del Mezzogiorno
dopo l'unità e la legge speciale per Napoli del 1904». Dopo la
prima elezione alla Camera dei Deputati è stato rieletto a Montecitorio
per altre nove legislature, sempre nella circoscrizione di Napoli.
Particolarmente sensibile ai temi
della politica meridionalista, partecipa al movimento per la rinascita del Mezzogiorno.
Segretario delle federazioni comuniste di Napoli e Caserta, è responsabile
della commissione meridionale del Comitato centrale del Pci, di cui diviene
membro a partire dall'VIII congresso (1956). Dopo il X congresso del Pci entra
a far parte della Direzione nazionale del partito. Negli anni 1976-79 è
responsabile della politica economica del partito e dal 1986 dirige la commissione
per la politica estera e le relazioni internazionali. Nel 1989 venne indicato
come ministro degli Esteri nel governo-ombra del Pci, da cui si dimise dopo
il congresso di Rimini, dove fu tra i sostenitori della trasformazione in Partito
Democratico della Sinistra. Dal 1981 al 1986 è presidente del Gruppo
comunista. Il 3 giugno 1992 è eletto Presidente della Camera dei deputati
i sostituzione di Oscar Luigi Scalfaro, eletto alla presidenza della Repubblica.
Romano Prodi lo ebbe nel suo gabinetto come Ministro dell'Interno nel 1996.
Dopo la caduta del governo Prodi, divenne europarlamentare dal 1999 al 2004.
Nel 2005 il presidente Carlo Azeglio Ciampi lo nomina senatore a vita.
Dal maestro Giorgio Amendola l'allievo Giorgio Napolitano ereditò debiti e crediti. I debiti furono soprattutto politici, i crediti soprattutto umani. I primi, Napolitano, li ha pagati per cinquant'anni e la sua salita al Colle è l'ultima cambiale portata a pagamento con l'orgoglio che avevano i risparmiatori di una volta quando, pur di non fare brutta figura con un creditore, si privavano del pane o di un nuovo paio di scarpe. Sono i debiti della tradizione riformista del Partito comunista italiano, la cultura "migliorista", parola che equivaleva in certi anni a poco meno di un insulto. I crediti sono quelli che Amendola trasmise su un terreno già fertile e che forse si possono racchiudere in un solo termine: umanesimo.
Difficile pensare a due persone così apparentemente diverse come il primo Giorgio (Amendola), l'ex pugile che affascinava i giovani della Fgci sostenendo le sue posizioni eretiche con la forza della passione e del cuore e il secondo Giorgio (Napolitano), lo spilungone dall'aspetto aristocratico che gli valse il nome di "Re Umberto" per la sua somiglianza con l'erede di casa Savoia. Eppure il loro sodalizio poggiava anche su quel terreno fertile del Napolitano sconosciuto.
Perché l'uomo che sta per
salire sul Colle più alto della Repubblica non è soltanto il volto
istituzionale e rassicurante, l'unico - secondo le valutazioni del suo stesso
partito - in grado di portare gli eredi del Pci al Colle senza far gridare (Berlusconi
escluso) al colpo di stato dei Soviet. E' anche un uomo che vive una vita privata
e interiore insospettabile per chi si è già seduto sulla poltrona
della Camera e del ministero dell'Interno.
Fu attore teatrale in gioventù e autore di sonetti in napoletano scritti
sotto pseudonimo. Fu ed è sempre stato attratto dalle lettere, dalle
arti, dalla regia. E questa vita intellettuale potrebbe spiegare, come in una
teoria di vasi comunicanti, come, dove e quando si rifugiava l'uomo politico
quando il peso dell'"eresia" della sua corrente diventava troppo gravoso.
Il giovane Napolitano recitò la parte di un cieco in una commedia di Salvatore Di Giacomo, recitò nel Viaggio a Cardiff di William Butler Yeats al Teatro Mercadante di Napoli, si sciolse confrontandosi con Joyce ed Eliot, passò lunghe serate a parlare di teatro e di regia con Francesco Rosi e Giuseppe Patroni Griffi. Scrisse versi in dialetto dedicati a Napoli, alla morte, alla madre, firmandosi Tommaso Pignatelli. Natalia Ginzburg li adorava.
"Troppo facile trovare un applauso", dirà decine di anni dopo riferendosi alla retorica che piove dai palchi della politica e forse lasciando intendere che i veri applausi possono essere soltanto quelli catartici che si sprigionano in un teatro. Mentre sembrano ben poca cosa quelli dei comizi, luoghi da sdrammatizzare con una buona dose di ironia come quando, come testimonia una foto storica, Napolitano si fabbricò sotto un palco a una Festa dell'Unità un cappellino di carta come quello dei muratori per ripararsi dal sole.
Per tutti questi motivi forse la carriera politica di Napolitano non è la cosa più sorprendente della sua vita. Anche se il solo elencarla fa venire il capogiro: nato a Napoli il 29 giugno 1925, nel Pci nel 1945, nel '53 eletto alla Camera, nel 1992 presidente di Montecitorio (in piena bufera Mani pulite), nel 1996 Viminale (ancora oggi il Sap, sindacato di polizia, lo definisce il miglior ministero dell'Interno), nel 1999 Parlamento europeo, nel 2005 senatore a vita per nomina di Ciampi.
Si dice, ed è vero, che anche gli avversari politici lo hanno sempre rispettato. Ma quello che può essere considerato un onore, visto dall'interno del suo partito, non è sempre stato un vantaggio, proprio per il peso del "debito" che Napolitano si portava sulle spalle. Il termine "migliorista" fu coniato espressamente per lui perché termini come "riformista" o "socialdemocratico" non esprimevano abbastanza l'insofferenza di chi, a sinistra, era "fedele alla linea".
Che cosa voleva dire "migliorista"? Voleva dire che gente come Napolitano o Luciano Lama avevano rinunciato alla rivoluzione ma volevano "migliorare" la società. Non cambiarla radicalmente, perché il capitalismo non solo non andava abbattuto, ma bisognava scendere a patti con esso per riformarlo, emendarlo e renderlo più umano. Ecco che cosa si intende per comunista "di destra" rispetto a un comunista "di sinistra". Come era considerato il suo oppositore principale, Pietro Ingrao.
Oggi è più facile. Dopo la svolta della Bolognina dell'89, dopo il congresso di Pesaro del 2001 - quando Piero Fassino tributò a Napolitano un passaggio in cui lo definì "il compagno che comprese prima di altri" - è più facile dire che non c'è, e non c'era, nessuna "eresia". Ma che cosa voleva dire essere miglioristi negli anni Ottanta, quando si era in contrasto con la linea del partito guidato da Enrico Berlinguer? Cosa voleva dire criticare un segretario tanto amato? Quanto doveva essere doloroso per gente cresciuta dentro il partito dividersi tra fedeltà e nuove prospettive politiche? Cosa voleva dire essere già post-comunista quando i comunisti si chiamavano ancora comunisti?
Voleva dire sporcarsi le mani. Voleva dire non lasciare ad altri il merito di cavalcare indisturbati le spinte più innovatrici della società italiana. Voleva dire dialogare con il Psi, anche con quello di Bettino Craxi. Voleva diresentirsi trasmettere la solidarietà da Norberto Bobbio e la distanza dei compagni, che magari ti accusano di fare il gioco di Bettino. Voleva dire - in piena battaglia berlingueriana sulla questione morale - gettare un ponte verso un riformismo socialista trovando pochi appoggi all'interno e ancora meno interlocutori affidabili all'esterno.
Questo era il debito, cresciuto negli anni e dopo la caduta del muro, che Napolitano si portava dietro. E l'unico modo per pagarlo era convincere tutti di aver ragione, cercare una politica di alleanze con le grandi socialdemocrazie europee e rompere l'isolamento del più grande partito della sinistra. Progetto che gli riuscirà quando il Pds di Occhetto nell'89 entrerà nel Partito socialista europeo.
Il resto è storia dell'ultimo scorcio di secolo, storia europea che per Napolitano finisce nel 2004 quando non si ricandida per Strasburgo. Pensava probabilmente di aver finito di pagare il suo debito politico, chiudendo la sua vita politica come senatore a vita. Così diceva tra le righe nella recente autobiografia Dal Pci al socialismo europeo. Invece, la regola degli attori, per i quali the show must go on, vale anche per i politici di razza. Quelli capaci di diventare, da uomini di partito, ministri di governo, presidenti del Parlamento e, all'ultima scena, inquilini del Quirinale.